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Cellophane Flowers & Tangerine Trees
giovedì, 30 agosto 2007

Baltimore Highlights

Splitsville                                                             Let's Go! The Best Of                                       (2007; Zip records)

Splitsville CoverEra da un bel pò di tempo che non avevo il piacere di recensire un best of di un gruppo indipendente che adoro, forse l'ultimo era stato quello di Martin Luther Lennon, ma era il 2005, quindi...E' stata una piacevole sorpresa apprendere dell'uscita di Let's Go! The Best Of Splitsville, pubblicato giusto il mese scorso dalla Californiana Zip records. Il gruppo si formò nel 1994, quando ancora il cantante-chitarrista Matt Huseman ed il suo socio Ira Katz fronteggiavano una rispettata power-pop band, con alle spalle anche un album per major, i Greenberry Woods. Il fratello di Matt, Brandt, che nei Woods stava al basso, fu invitato ad accomodarsi dietro ai tamburi, cosa che peraltro mai aveva provato a fare in vita sua, mentre al basso venne inserito il tecnico del suono Paul Krysiak e gli Splitsville nacquero così, in due minuti, un divertissement tanto per fare i cazzoni, e neanche poco. Il primo lavoro lo intitolarono Splitsville U.S.A., unico album non rappresentato in questo Best Of. Registrato a casa di Paul in due giorni, Splitsville U.S.A. è costellato di canzoni dai testi assurdi ("Come back to the 5 and dime, Larry Storch, Larry Storch"), dalla produzione per lo meno approssimativa, "salvato" dalle grandi intuizioni melodiche che caratterizzavano il powerpop-punk dei loro esordi. Era il '95. Un anno dopo, nel 1996, i quattro di Baltimore, MD (ma quanti gruppi eccezionali escono da quella città?!?) firmarono con l'etichetta indipendente di New York Big Deal. Contemporaneamente, i Greenberry Woods si sciolsero e gli Splitsville diventarono l'occupazione principale dei fratelli Huseman e di Krysiak, che decisero di continuare come trio. Ciò significò un cambiamento in chiave più seria della band, che in un certo senso iniziò in questo momento la propria carriera, con la produzione del secondo disco intitolato Ultrasound. E proprio con un pezzo di Ultrasound si apre questo best of. Let's Go! -brano che da pure il titolo alla raccolta- è un assalto furioso di un minuto e mezzo, più pop punk che power pop, in linea con lo spirito che all'epoca rappresentava la band, ripreso in modo efficacissimo e sintetizzato in una frase da Jacke Ford, "uomo" che si è occupato di scrivere una manciata di aneddoti nello (scarno, peccato...) booklet di Let's Go!: "All night jam and breakfast vodka". I brani presenti in questo Best Of, anche se meno volutamente cazzari, rimangono abbastanza volti al divertimento più puro, con un sound scassato tra il garage, il punk e il pop, ben inquadrabile nelle varie The Misfits, Yearbook e The Kids Who Kill For Sugar, anche se un tentativo di smarcarsi dalle logiche "no-frills" è già riscontrabile in brani (appena) più sofisticati come Home e Ponce de Leon. L'incedere di questa compilation è inevitabilmente legata a doppio filo con la biografia e, soprattutto, con la discografia degli Splitsville, visto che anche i brani del disco di cui stiamo parlando la seguono in modo pedissequo. Tocca allora parlare del periodo Repeater. Il terzo lavoro di studio, sfortunatamente, uscì pochi mesi prima che la loro etichetta Newyorchese fallisse, lasiando scomodi strascichi soprattutto sul versante promozionale del disco della svolta, definitivamente smarcato dalle sonorità grezze ed impulsive degli esordi e più imparentato con quello dei Greenberry Woods. Day Job, I Concentrate On You, Why It Can't Be ma soprattutto la splendida Big Red Sun si adagiano su rassicuranti tappeti intarsiati di classico powerpop, che fanno sì tornare alla memoria la band d'origine ma che inevitabilmente ricordano anche i gruppi che proprio in quel periodo (era il 1998) la facevano da padroni nella scena "college" come Weezer e Fountains Of Wayne. I brani tratti da Repeater, in tutto sei (oltre a quelli sopracitati compaiono pure Manna e Joan Of Arc) segnarono un radicale cambiamento anche nelle tematiche, più imperniate sulla dura realtà (Dayjob, Why It Can't Be?) che sulle colazioni a base di vodka. La vera svolta, quella realmente radicale, doveva ancora venire, però. Nel 1999, in occasione di quel grandioso indie-pop festival Losangelino che si chiamava Poptopia! gli Splitsville registrarono un e.p. di quattro brani intitolato Pet Soul, con chiari riferimenti sia nel titolo che nei suoni alle pietre miliari Pet Sounds e Rubber Soul. Nel 2001, quei quattro brani, insieme ad altri sei nuovi pezzi e alla cover di I'll Never Fall In Love Again di Bacharach andarono a completare il quarto album di studio, The Complete Pet Soul, fatto uscire dalla Spagnola Houston Party, il disco che me li ha fatti conoscere e cheSplitsville Picture ancora oggi è il mio personale favorito. Il sound, come detto, cambia nettamente e le profonde, finissime orchestrazioni alla Brian Wilson dei brani presenti sull'originale e.p. si intersecano splendidamente con gli alti profili folk-rock di Rubber Soul. Per questa raccolta, tra quegli undici brani sono stati selezionati, oltre all'intro Ouverture: Forever e Pretty People, due grandiosi esempi di come i Beatles avrebbero potuto suonare power pop; Sunshiny Daydream, notevole tributo a Lovin' Spoonfull e Millenium; Caroline Knows e quella sorta di mini-operetta di Wilsoniana memoria chiamata -appunto- The Love Songs Of B.Douglas Wilson, una delle vette dell'intero lotto insieme alla spettacolosa ballata Tuesday Through Saturday, anche'essa tratta da Pet Souls. L'ultima parte della storia riguarda il più recente album, Incorporated, uscito nel 2003 sempre per la Houston Party e il primo per la band in versione quartetto dopo l'aggiunta -avvenuta in occasione del tour di Pet Soul- di un altro chitarrista, Tony Waddy. I sei brani che qui lo rappresentano (White Dwarf, Brink, Headache, The Mentalist, Sasha e I Wish I Never Met You) fanno segnare un ritorno a sonorità più orientate verso un power pop di stampo moderno, con parecchie chitarre e sempre fradicio di brillanti armonie vocali più Weezer che Teenage Fanclub. Tra queste ultime canzoni, I Wish I Never Met You, che non starebbe male su un disco di Matthew Sweet, è quella che più volentieri ci accompagna nell'attesa del nuovo studio-album degli Splitsville che, a quanto ne so, prima o poi uscirà. Nel frattempo, se non siete a conoscenza di quest'ottima band del Maryland oppure non avete avuto modo di seguirne le intere vicende, vi consiglio l'acquisto di Let's Go!, davvero il meglio degli Splitsville visto che i 25 pezzi che lo compongono -scelti direttamente dai membri del gruppo- sono effettivamente i migliori pubblicati. Se invece già avete tutto, c'è sempre il tempo per andare a riscoprire i Greenberry Woods, il gruppo pre-Splitsville dei fratelli Huseman, autori di due eccellenti album usciti nella prima metà degli anni '90 che verrano prossimamente esaltati su questo blog....
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lunedì, 27 agosto 2007

Rieccoci!!!!!

Holiday InnDopo più di un mese di assenza forzata da questo blog, causa problemi per il mio dannato e peraltro seminuovo personal computer, rieccomi riposato dalle vacanze e pronto ad aggiornare la situazione della galassia sconfinata del pop indipendente, considerando che anche in questo periodo di riposo un pò coatto un pò no, sono riuscito a mettere le mani su parecchie cose di sicuro interesse....

Il rispetto per l'anzianità impone di aprire questo variegato excursus con l'inatteso EP, fatto uscire dalla Tedesca Firestation Records, dei vecchi Bodines intitolato Shrinkwrap. Il dischetto in questione propone tre pezzi registrati appena prima del loro capolavoro Played, vale a dire ormai vent'anni fa (era il 1987) e bisogna riconoscere che, nonostante l'anagrafe, i brani hanno resistito più che bene al passare del tempo. La band capitanata dal cantante/chitarrista Matt Ryan, scioltasi alla fine degli anni ottanta e probabilmente sottovalutata, ha esercitato una discreta influenza su un buon numero di bands "contemporanee". Oggi, nell'Agosto del 2007, una canzoncina come Shrinkwrap, vera star dell' EP, con quell'incedere un pò Smiths e un pò Echo & The Bunnymen, fa ancora una gran figura. Keeping the C86 spirit alive!!!

Visto che siamo in argomento, in tema cioè di vecchie glorie d'oltremanica, è doverosa una citazione per il leggendario Dan Treacy e per i suoi Television Personalities. Il contoverso (tanto per dire) musicista di Chelsea ha da poco riformato la band e dato alle stampe, ormai un anno fa, un nuovo Lp chiamato My Dark Places. Un anno prima che ciò accadesse, nel 2005, a testimonianza del grande affetto che circonda l'inconfondibile marchio TVP's, una serie di gruppi tra cui i Lovejoy, i Baskervilles, i Thanes (grande la loro versione di World Of Pauline Lewis) e addirittura i Biff Bang Pow di Alan McGee hanno interpretato per l'etichetta The Beautiful Music 17 classici del loro repertorio. Il disco ovviamente non è nuovissimo, ma avendone avuto conoscenza solamente ora, mi permetto di raccomandarvelo...

Maple Mars CoverDa quando la Not Lame, vale a dire la label di riferimento per quanto riguarda la scena power pop, ha praticamente smesso di essere una vera e propria etichetta discografica decidendo di rimanere attiva solo sul versante mail-order, la casa  principale della scena potrebbe essere diventata la Kool Kat di Sewell, New Jersey. Tra le ottime ultime uscite è da segnalare Beautiful Mess, terzo disco dei Maple Mars capitanati da Rick Hromadka. Più guitar-driven del precedente Circular Haze, ma comunque inzuppato di classico sunshine pop, il disco rimane sospeso tra i Replacements (Paralyzed) e le melodie vocali di Cloud Eleven e Wondermints (Fell Off The Cloud). In più una bella cover di I'm Not In Love dei 10cc e un gentile omaggio: un bonus cd contenente sei versioni demo di brani apparsi su dischi precedenti...

Si diceva che Bruce Brodeen non intende più considerare la sua Not Lame come una vera e propria etichetta discografica. Chiaramente, però, la nuova politica non impedisce l'uscita del decimo volume della serie International Pop Overthrow. Per chi non lo sapesse, queste grandiose compilations raccolgono ogni anno dal 1998 le migliori -per lo più sconosciutissime- bands che suonano alle varie date dell'omonimo festival in giro per gli Stati Uniti e da qualche anno anche in Europa, a Liverpool, nel mitico Cavern Club. Come al solito, anche quest'edizione contiene un numero mostruoso di grandi indie - pop bands. Ben 66 canzoni da altrettanti gruppi tra cui Farrah, Evan Hillhouse, Jeremy, Lava Province, The Hard Left, Vinyltons e moltissimi altri divisi in tre ciddì dalla qualità media altissima e acquistabile attraverso il sito dell'etichetta di FT.Collins (www.notlame.com) per l'irrisoria somma di diciotto dollari. Un unico consiglio, affrettatevi perchè le copie disponibili non sono molte, normalmente vengono bruciate in poco tempo e non vengono mai ristampate. Il sottoscritto sta tuttora cercando di impossessarsi dei primi due volumi ma pare che a meno di cento dollari non vi sia modo... Un acquisto obbligato per ogni maniaco di powerpop!

Proprio nel corso dell'ultima edizione a Liverpool del festival di cui sopra, tenutasi lo scorso Maggio, si sono esibiti ben tre (!!!) gruppi Italiani e la cosa non può che farci sommamente piacere, era ora! Le bands in questione sono i Romani e psichedelici Poppy's Portrait e due gruppi Veronesi: i Canadians, dal piglio Death Cab for Cutie / Weezer periodo Butterfly e gli Home. Proprio questi ultimi hanno da poco fatto uscire per l'autoctona Manzanilla MusicaDischi l'album d'esordio, brillantemente intitolato Home Is Where The Heart Is. Gli Home, ovvero Michele Ottaviani alla chitarra e al microfono, Nicola Finezzo al basso e Michele Zerbinati alla batteria producono sonorità che filtrano presupposti garage attraverso un britpop melodico di stile, con influenze che spaziano dal west-coast-pop alla Crosby, Stills eccetera ad andature a tratti vagamente jazz, con Chances e Sunday Morning che espongono un incrocio un pò classico ma comunque degno tra Alex Chilton e certo Merseybeat. Tutto sommato un bel dischetto, niente di trascendentale ma il voto sale e di brutto, perchè avere il coraggio di suonare queste cose in Italia va assolutamente premiato...Bravi.

Wellingtons CoverChissà come mai, l'Australia è la terra promessa del power pop....Abbiamo di recente detto del nuovo, stupendo disco degli Ice Cream Hands ed ora ci troviamo a parlare del grandioso secondo lavoro di studio dei Wellingtons, For Friends In Far Away Places, uscito per la favolosa etichetta - anch'essa rigorosamente Australiana - Popboomerang!!! Il disco è ricolmo di eccitanti pop songs da tre minuti al massimo, pieni di assoli di synth e tastiere, coretti WooWooWoo - LaLaLa che ricordano un pò i Weezer, un pò i Fountains Of Wayne quelli più soft e un pò i Lolas senza dimenticare i Ben Folds Five. Il classico disco per l'estate, insomma. Chiaramente suonano molto Australiani e se capite cosa intendo è inutile andare avanti con spiegazioni superflue! Il bello sta inoltre nel fatto che non solo i ragazzi suonano POP, ma sono fanatici seguaci della cultura POP. Per capire la loro filosofia, peraltro più che condivisibile, sentire la traccia d'apertura Top 10 List, una vera anthem, dove il quintetto di Melbourne guidato da Zac esprime una disperata nostalgia per i tempi in cui in classifica c'erano i Beatles e i Kinks e non i Korn, i Franz Ferdinand o i Radiohead....

Deleted Waveform PictureChiudiamo questo excursus sommario parlando di un'interessantissima uscita proveniente dalla fertile terra Scandinava. Più precisamente ci troviamo in Norvegia, dove non contento della strepitosa carriera dei suoi Dipsomaniacs, Oyvin Holm ha dato linfa vitale ad un nuovo progetto: signori, da Trondheim, gli scintillanti Deleted Waveform Gatherings!!!!!! Psichedelia soft, ritmi caotici alla Who, un pò di Pollard che ci sta bene, Cotton Mather a manetta, ma veramente tanto (la voce di Holm è sostanzialmente identica a quella di Harrison, Robert si intende...). Figli bastardi di un rapporto clandestino tra Beatles e Pavement danno vita ad un disco, Complicated View, che definirei glorioso. Un pezzo come Seconds Of your Time ne vale da solo l'acquisto. Un altro come Emily Barratt's Dead ne vale due. Da comprare e regalare. Eccelso.

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sabato, 30 giugno 2007

Fun - Fun - Funchester!!

Amida         Arts & Crafts [e.p.]                                                                                        (2007, Plastilina Records)                                                                    

Cover FrontGià avevo avuto il piacere di incontrare questa band di Manchester durante l'ascolto della compilation The Kids At The Club edita lo scorso anno dalla How Does It Feel To Be Loved Records. Superfluo dire che non siano cresciuti, cosa che peraltro, nel loro caso, è un gran bel vantaggio. Continuano a scrivere pezzi lunghi al massimo due minuti e diciotto secondi come l'iniziale "Class Of 2000", con quegli assolini puliti puliti nel sottofondo che mi ricordano in modo impressionante alcuni esponenti dei gloriosi tempi andati della C86, i Bodines su tutti. Inoltre, e neanche questa è una notizia, i loro brani si reggono regolarmente sulle stesse chitarrine pulite e provvisorie alla Cub, mi verrebbe da dire (qualcuno si ricorda del gruppo Canadese che lanciò Lisa Marr?), su melodie provvisorie a presa rapida e su quella tendenza alla frenesia un pò sghemba  che li porta a voler dimostrare tutto in pochissimo. La provenienza geografica, in ogni caso, si nota. Soprattutto nello stile di canto, sghembo pure lui, che deve qualcosa a Dan Treacy e infatti brani come "Monkey Puzzle" e "It Happened In Naples" faranno felici i(pochi, purtroppo) fans dei Television Personalities. Detto ciò, se divertimento e disimpegno è ciò di cui avete bisogno vi consiglio caldamente l'acquisto di questo dischetto, perchè contiene dodici, fruibilissimi minuti di sfrenato indie pop "no frills". Chiaro, non trattasi di album epocale e nessuno, tra sei mesi , si ricorderà dell'extended play Arts & Crafts. Tuttavia, a volte, dischi "usa e getta" come questo danno delle soddisfazazioni inimmaginabili. E poi dai, è estate...

                                                                                                                                                                   

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venerdì, 29 giugno 2007

The Good Australia

Icecream Hands       "The Good China"                                                                                (2007, Devil Dust Records)                                                                   

Cover FrontSignore e signori, queste si sono sorprese! A cinque anni dall'ultimo disco di studio, l'ottimo Broken UFO del 2002 e dopo aver realizzato addirittura un Best Of tre anni fa, con tutta franchezza pensavo si fossero sciolti. A sostenere quest'ipotesi erano intervenuti anche i due dischi da solista del leader Charles Jenkins, che facevano pensare ad una decisione comune di intraprendere strade diverse. E invece no, perchè con The Good China tornano più in forma che mai i principi del power-pop australiano! Il quintetto di  Melbourne composto da  Charles Jenkins (chitarra e voce), Derek Smiley (batteria), Douglass Lee Robertson (basso) e Marcus Goodwin (seconda chitarra), si era solo preso una pausa, e accasatosi alla concittadina Devil Dust ha dato vita ad un disco tra i migliori del proprio lotto, forse secondo solo al grande Sweeter Than The Radio del 1999. 11 tracce di puro "powerpop from Down Under", ricalcante le tradizioni di un genere che nel nuovissimo mondo vanta radici molto profonde. Tra i padri ispiratori ovviamente ci sono DM3 e - perchè no - Crowded House; un occhio di riguardo va senz'altro ai Teenage Fanclub e il livello è quello. "Come Along", traccia d'apertura, potrebbe essere un outtake di Grand Prix, così come "Everything You Are" e "This Is What I Want". Non vorrei qualcuno pensasse che stia screditando gli Ice Cream Hands bollandoli come gruppo-plagio, però. Tutt'altro, innanzitutto perchè non sempre è essenziale inventare un nuovo "post-genere" per essere un buon gruppo, poi perchè le canzoni pop perfette bisogna saperle scrivere. Jenkins e soci, in questo, sono secondi a pochi.

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mercoledì, 27 giugno 2007

Is This The Swingin' Apple?

Zombies Of The Stratosphere The Well Mannered Look (2007, Crane Shot)                                                                                                                                     

Zombies Of The Stratosphere Album CoverDovessi scegliere una frase che descriva al meglio l'essenza di qusto combo di New York, sceglierei quella usata da Steve di PowerpopBlog, che più o meno affermava: <<Se fosse il 1969 e fossimo a Carnaby Street, sarebbero degli dei>>. Eggià, perchè appena The Well Mannered Look inizia, i riferimenti storici si palesano con estrema chiarezza. La prima traccia, "Thrush", non starebbe affatto male su Odyssey And Oracle oppure tra i solchi di King Midas In Reverse. Da li in avanti, un fiume in piena di psichedelia "orchestrale" alla Left Banke ("Boy With The Shades") e jangle pop di livello ("The Story Of Your Life"). Poi ci sono gli idoli personali dichiarati: Brian Wilson, Bacharach e soprattutto Ray Davies, il cui marchio a fuoco si fa notare in particolare nella concitata e coinvolgente "Barber Street". Tutta roba buona, penserete. Infatti. Ma c'è un ultimo indizio che vi voglio dare. Se avete passato i tardi anni Ottanta consumando Chips From The Chocolate Fireball sappiate che si, questo è un disco che aspettavate da qualche tempo. A Partridge e Moulding piacerebbe parecchio.

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martedì, 26 giugno 2007

Los Angeles... Siberia

SKOOSHNY

“Zoloto” (2004;Vibro-phonic)

 

zolotoStoria strana ed allo stesso tempo assolutamente normale, quella degli Skooshny. Normale perché non sono di certo le vicende del trio losangelino a farci scoprire l’amara realtà, e cioè che di artisti superlativi dimenticati da tutti ce ne sono a bizzeffe nei quattro angoli del pianeta. Resta tuttavia l’anomalia del caso, di come sia possibile che un gruppo dotato di cotanto talento resti per tutta la sua (ultraventennale) vita relegato nel sottoscala a causa della totale indifferenza di pubblico e addetti ai lavori che in più di un’occasione ne ha minato l’esistenza stessa.

Ma, come si dice, andiamo con ordine. All’inizio degli anni Settanta Mark Breyer e David Winogrond, rispettivamente chitarrista-cantate e batterista, lasciano la natìa Chicago per trasferirsi al tepore delle coste del Pacifico.

Una volta a LA i due incontrano il bassista-tastierista Bruce Wagner, con il quale danno vita al progetto Skooshny, battezzato con questo bizzarro pseudonimo Russo (che tradotto significa”noioso”) da Breyer che, manco a dirlo, è laureato proprio in lingua e letteratura Russa.

La band prende forma, acquisisce via via concretezza e si sviluppa con relativa continuità per qualche tempo, ma i frutti infine ottenuti sono scarsi: Il lavoro svolto produce infatti giusto un paio di EP che nessuno degna di uno sguardo ( e figuriamoci di un ascolto), mentre di live non se ne vede nemmeno l’ombra. Nei primissimi anni Ottanta la cattiva sorte sembra spingere gli Skooshny verso una prematura fine. I componenti della band ancora si trovano saltuariamente per scrivere e talvolta registrare nuove canzoni, ma nessuno sembra credere veramente che ci possa essere un futuro degno.

Forse sarà perché -come efficacemente Mark Breyer ha commentato- gli Skooshny sono usciti in un periodo che “era già troppo tardi per i Byrds, ma ancora troppo presto per i REM”. Chi lo sa. Di certo, fare musica pop pesantemente influenzata dai sixties in un periodo in cui decine di gruppi post punk erano occupati a passare il testimone dei Sex pistols ai Joy Division non dev’essere stata una facilitazione. Niente di più fuori moda, niente di più maledettamente anacronistico. Solo qualche anno dopo gli Smiths e, in seguito, la Creation records di Alan McGee sarebbero stati in grado di riportare la pop music sotto i meritati riflettori agendo –tra l’altro- come fattori determinanti per l’esplosione Brit pop dei primi anni Novanta. Se consideriamo che anche il garage revival ed i fasti dell’OZ-Rock erano ancora solo degli embrioni, ecco che il buio era davvero pesto.

Qualche anno più tardi, con il grppo ormai in panne, giungono però curiose voci dall’Europa. Si viene a sapere che i reperti vinilici lasciati da Breyer, Winogrond e Wagner sono sotterranei oggetti di culto e di collezzione per i più attenti appassionati di pop music orfani dei Beatles e dei sixties in genere.

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Succede solo in quel momento (è il 1991) ciò che sarebbe dovuto succedere dieci anni prima: gli Skooshny siglano un accordo per un disco con Bill Forsyth, lo storico gestore del negozio di dischi/distribuzione Minus Zero, con base nei pressi di Portobello road a Londra, che decide di pubblicare agli Skooshny l’omonimo album di debutto, che in realtà vero album di debutto non è, visto che si tratta di una raccolta di pezzi presi dai già citati EP con l’aggiunta di vario materiale impolverato che giaceva nei cassetti da un po’ senza speranze di uscirne. L’impresa, per quanto indipendente e su piccola scala, è a suo modo eroica, per un semplice motivo: da la possibilità di stare su un disco (e, di conseguenza, di essere ascoltate) a canzoni meravigliose.

Gli Skooshny non venderanno mai milioni di copie, nemmeno si avvicineranno mai alla ribalta, sono troppo sofisticati per uscire dalla ristretta cerchia delle persone che li amano. Meglio così, forse. In ogni caso, sempre per la Minus Zero di Forsyth che letteralmente li adora, escono negli anni l’EP  HOLY LAND (1992) e l’album EVEN MY EYES (1996). Stessa sorte, stesso sparuto gruppo di fedeli a seguirli. Ma qualcuno tra questi, era inevitabile, è rimasto sconvolto dalla sublime ricchezza musicale della quale gli Skooshny sono fautori. Ed è cosi che oggi, nel 2004, a trentatré anni dalla nascita, i tre si vedono pubblicare dalla Vibro-phonic addirittura un best of. Come i Queen, per dire. Come i Nirvana. O come i REM, per l’appunto. Con la differenza che stiamo parlando di un gruppo che non ha mai venduto più di cinquemila copie.

Non c’è niente da fare, queste cose mi esaltano da morire. Significa che la musica quando è buona esce, vuol dire che qualcuno, senza sperare di guadagnarci un Dollaro ma, anzi, con la certezza di perdere del denaro, ha pensato che una compilation con i migliori pezzi della premiata ditta Skooshny potesse permettere a qualche persona in più di fruire di momenti di viva estasi e di puro ingegno musicale. Passando per i sentieri dorati della magnifica ballata Holy Land  che innova le antiche tradizioni folk e country Americane  senza snaturarle. Oppure attraversando i movimentati attimi di sublime pop chitarristico di Even my eyes e private Jokes, dal sapore folk-rock, e di I never change my mind, autentica perla che Breyer potrebbe in qualsiasi momento esibire a testa alta a Michael Stipe. Lungo il percorso è facile essere attratti da mille prelibate distrazioni. Brevi fraseggi psichedelici, fantastiche armonie a tre voci, arpeggi a dodici corde che di tanto in tanto si intrecciano in un sottofondo quasi Raga. Testi colti, a volte turbati, spesso ipnotici, mai scontati. Il tutto da la sensazione che i brani non siano stati scritti, ma usciti di getto dalla mente già così, pronti per essere ascoltati, tanto sono perfetti.

Non vorremmo essere tacciati di eccessiva banalità se ci permettiamo di prescrivere a voi lettori l’acquisto di questa piccola, grandissima raccolta di canzoni. Se il vostro budget mensile vi permette l’acquisto di un solo disco e siete lì li per acquistare Around the sun fermatevi un attimo, digitate l’indirizzo web della Vibro-phonic e recuperate ZOLOTO, potreste sentirvi in obbligo di mandare alla redazione di Marmalade Skies dei fiori di ringraziamento.

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martedì, 26 giugno 2007

IndiePop News....


Mandrew                                                                                              "The Wonderful World Of...." (2007, Autoprodotto)

MandrewLo si è capito e ormai non esistono più dubbi: il pop psichedelico più genuino, quello che gli Inglesi quarant'anni fa inventarono dal nulla, è tornato da qualche anno a godere di ottima salute dopo un decennio di vuoto compreso tra i fasti del Paisley Underground e la pubblicazione della pietra miliare dei Cotton Mather "Kontiki". Tra i grandiosi dischi correntemente in uscita comincerei con il segnalare il long-playing secondogenito di Mr. Mike Andrew, sintetizzato Mandrew. The Wonderful World Of Mandrew casca a pennello in una landa compresa tra il powerpop indipendente e la psichedelia d'annata. La breve traccia introduttiva "Burning" parte come uno zuccheroso McCartney e finisce in una tempesta di sabbia, che rimanda ai Collective Soul. Immediatamente dopo, però, ecco comparire nella splendente "Expanding The Collection" la sagoma dei classici cantautori Californiani Michael Penn e Jon Brion, per non parlare dei leggendari Posies, che fanno inequivocabilmente capolino in Obscenaries e dei Fab Four, tirati per la giacca da Matthew Sweet in "I Can't Write". Numeri preferiti dal sottoscritto di un disco comunque spettacoloso nel complesso sono il 5 e il 6,  nell'ordine "Hot Wax", che davvero da vicino ricorda i Cotton Mather presi dal lato più poppettaro e "Content", dove le sgargianti melodie sono nascoste da chili di fuzz e voce filtrata. Scritto e registrato a Phoenix insieme al fratello di Mike, Patrick, The Wonderful World Of...è un gioiello di grande caratura,  e io sto già preparando un posticino nella mia top ten del 2007. Davvero un bell'angolo prospettico sull'universo, quello di Mandrew...





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