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Cellophane Flowers & Tangerine Trees
lunedì, 25 giugno 2007

Brian Wilson... in his own opinion

BrianWilson“… nonostante fossi tornato al lavoro, i sintomi della malattia che mi aveva portato al collasso non erano affatto scomparsi. Erano nascosti dal fatto che, nel mio campo, funzionavo meglio di chiunque altro ma io restavo estremamente incostante, ottuso nei pensieri, e ossessionato dall’intreccio delle enormi aspettative che le mie stesse insicurezze riversavano su di me. Dovevo rompere l’involucro, lottare, smettere di essere quel perdente che mio padre diceva che ero. Poi, fu tutto chiaro. Grazie alla vera e propria abilità di essere più pazzo di chiunque altro, capii per la prima volta che potevo usare quell’instabilità a mio vantaggio. Potevo convincere la gente a fare a modo mio. Potevo usare la mia pazzia per isolarmi e proteggermi nell’affrontare un mondo che era solo fonte di problemi… sembrava tutto come al solito. A eccezione del fatto che c’erano alcuni sottili cambiamenti nella musica, chiaramente percepibili. L’intero secondo lato di THE BEACH BOYS TODAY era stato scritto e arrangiato mentre ero fumato. Paragonata a quella degli album precedenti dei BEACH BOYS, la musica era più lenta, malinconica e commovente. Gli accordi più complessi, la produzione più densa, più ricca nel suono: le mie idee sull’incidere erano cambiate. Dopo aver imparato a disgregare le canzoni in precisi piccoli segmenti, inizia a utilizzare ogni strumento da solo, sovrapponendo i suoni uno alla volta. L’elemento catalizzatore era la marijuana. Mentre i ragazzi erano in tour, mi sentivo libero di esplorare i limiti della mia creatività, il che voleva dire farmi le canne. Quando ero fumato riuscivo a pensare creativamente in modi che non avevo mai sperimentato. Fumavo tutti i giorni. Mi piaceva. Mi piaceva stare là dove il fumo mi portava. Da solo. Fuori. In contatto con le macchinazioni nascoste del mio epicentro emotivo. E questo alterava tutti i quadri di riferimento, mi faceva maturare, mi rendeva più cerebrale, spirituale, sempre più capace di analizzare la maniera in cui pensavo e sentivo. Erano emozioni e pensieri complicati, al di là della mia capacità di esprimerli con le parole, potevo solo dire di essere in uno stato mentale molto creativo. E questo cambiamento veniva fuori solo quando ero seduto al piano. Prima di fumare erba ero un pianista aggressivo, un attaccante. Mi piegavo sulla tastiera, duro e veloce, ero uno che tirava fuori le palle con l’animo del teenager. Ma quando ero fumato, non volevo impressionare nessun altro e invece tentavo di esprimere ed esplorare quello che mi stava succedendo dentro, l’ansia, la paura, l’insicurezza. Il mio lavoro iniziò a mostrare questa nuova parte di me. Il cambiamento non piacque a tutti. Marylin e i ragazzi pensavano che le mie poche descrizioni sull’effetto dell’erba fossero nient’altro che parole a vanvera, Loren invece mi capiva quando gli spiegavo che il fumo mi faceva spuntare la musica in testa, me la rendeva a portata di mano, più facile da far venire fuori. Una notte mi chiese se mi sarebbe piaciuto sentire la musica in una maniera che mi avrebbe fatto esplodere il cervello. Avrei potuto afferrarla, plasmarla, manipolarne i souni come un artista da circo. Credevo stesse scherzando. < No sono serio,> disse. <Brian, tu sei unico. Un artista straordinariamente brillante. Conosco qualcosa che espanderà veramente la tua visione> <Di che stai parlando?> <LSD> disse <una droga venti volte più potente dell’erba> Wow! Se esisteva una sostanza venti volte più potente dell’erba, è chiaro che sarebbe stata venti volte meglio. Pressato dalle scadenze e dalla mia disperata voglia di ottenere risultati sempre maggiori, volevo sperimentare qualcosa che prometteva di portarmi ad un livello ancora più alto, e non importa il prezzo che avrei pagato dopo. L’erba mi aveva aiutato  a scrivere canzoni migliori. Mi aveva permesso di entrare in me stesso e ritirarmi dalla scena senza dover scomparire. Potevo solo immaginare che effetto mi avrebbe fatto l’LSD. Venne la sera. Loren aveva preparato la scena nel suo appartamento: luci basse, LAVA LITES, musica, roba da bere. C’era una sacralità negli atti, dalla maniera di dirsi ciao al gesto col quale Loren mi mise in mano un piccolo francobollo e mi disse di mandarlo giù. Quindici minuti dopo mi sentivo agitato. Cominciò con una tensione al collo, come dei piccoli gnomi che si aggrappavano alle spalle, diventò una sensazione che circondava tutto. Non ce la facevo. Intirizzito e fatto più di quanto avessi mai provato, mi tirai su e stetti immobile per quasi un’ora, senza fare altro che osservare le onde liquide del LAVA LITES fino ad assorbire il loro ritmo lento. Il mio cervello era una palude di pensieri di gomma. Improvvisamente, mi accorsi della musica che usciva dalle casse dello stereo e sentii la necessità di suonare il piano di Loren. Mi sedetti davanti alla tastiera ma i tasti bianchi mi sembravano fusi insieme in una sola nota. Gli accordi svanivano immediatamente nella confusione. La mia testa divenne vuota. Provai a suonare comunque ma riuscivo a muovere soltanto un dito. Ero terrorizzato dal fatto di non essere più capace di suonare. <Devo uscire di qui!> Loren mi seguì fouri dalla porta. Ero scollato. Quando girato l’angolo, vidi un uomo dall’aspetto strano, mi convinsi che era Dio. Mi avrebbe mostrato l’intero percorso della mia vita, facendomi vedere il piccole seme che ero e accompagnandomi nel luogo dove sarei morto. Poi scomparve. Mi sentivo perso. Circa otto ore dopo mi svegliai nel letto di Loren, con addosso una gran paura. Era passato un giorno. Avevo ricordi vaghi di quello che era successo, ma soprattutto mi sentivo esausto, scosso e terrorizzato. Gran pasticcio il ritorno a casa. Marylin mi mise subito in castigo… Quella notte, amcora tra i postumi dell’LSD, mi sedetti al piano, accesi un joint, e provai a dimenticare quanto quell’esperienza fosse stata strana e spiacevole. Ero impaurito, affaticato, volevo che Marylin smettesse di essere in collera. Ma in tutto quel calderone iniziavo a sentir ribollire un cambiamento nella coscienza. L’erba mi aveva fornito di una creatività aggiunta, ma l’LSD, e ancora non lo capivo, mi aveva dato colori nuovi con cui dipingere. Provai a scrivere su un ritmo country e western quella sera, e prima di smettere avevo trovato qualcosa di particolarmente orecchiabile. Il mattino dopo mi misi a cantare di ragazze, paragonando le californiane a quelle di altre parti del paese, nominando le varie regioni proprio come avevo fatto per gli stili di surf in SURFIN’ USA. Finii la canzone quella stessa settimana e ci vollero altri sette giorni di prove prima di buttar giù l’attacco sinfonico di CALIFORNIA GIRLS…”

 

“LAVA LITES, ACIDO E VEDERE DIO” di BRIAN WILSON

tratto da “WOULDN’T IT BE NICE”  HarperCollins 1991

postato da CieliMarmellata alle ore 21:21 | link | commenti
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